Blogpost a cura di Lucia Gennari, Francesco Ferri e Carlo Caprioglio. Lucia Gennari è avvocato presso lo Studio legale Antartide di Roma, con cui si occupa di diritto dell'immigrazione, ed è parte di ASGI. Negli ultimi anni ha lavorato sulle questioni legate alle attività di soccorso della società civile nel Mediterraneo, in particolare con Mediterranea e Sea Watch. Francesco Ferri è nato a Taranto, vive a Roma e lavora per ActionAid Italia. Si è occupato di migrazioni, diritto d'asilo e movimenti solidali sia come attivista sia professionalmente. Ha lavorato come operatore legale in un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Carlo Caprioglio, ricercatore e attivista, si occupa in particolare di mobilità della forza lavoro, sfruttamento lavorativo e detenzione amministrativa. È docente a contratto di Clinica Legale all’Università Roma Tre. Questo è il secondo post della blog serie su "Detenzione e confinamento migrante in Italia ai tempi del Covid-19", pubblicato su Border Criminologies e curato da Francesca Esposito e Giulia Fabini.

Le misure adottate dal governo italiano per fronteggiare la pandemia hanno una dimensione discriminatoria. Le persone migranti subiscono una compressione dei diritti di natura ed entità diverse da quella vissuta dai cittadini. Nel quadro dell’emergenza sanitaria, e in particolare durante il lockdown, il trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) si è protratto per mesi in assenza di una ragionevole prospettiva di rimpatrio e in violazione del diritto alla salute delle persone recluse (si veda il commento di Caprioglio-Rigo 2020). Al trattenimento nei CPR si sono affiancate forme altre di confinamento destinate a specifici gruppi di popolazione migrante: richiedenti asilo, braccianti, persone arrivate via mare e dalla frontiera terrestre. Una serie di misure giustificate da ragioni di salute e ordine pubblico, spesso prive di chiare basi giuridiche, volte a gestire la presenza e la mobilità di alcune categorie di migranti attraverso la privazione della libertà personale.

È in questo scenario che è stato introdotto un dispositivo di gestione delle migrazioni, forse non del tutto originale ma certamente nuovo nel contesto italiano: le c.d. navi quarantena. Un’innovazione che rappresenta una svolta nelle politiche di controllo dei confini durante la pandemia. Essa appare, infatti, in grado di produrre effetti al di là dell’emergenza, verso una potenziale riconfigurazione delle strategie italiane di gestione delle migrazioni via mare (e non solo), in cui il ricorso al “trattenimento” inteso in senso ampio - quale misura di polizia che limita la libertà personale dei migranti in assenza di violazione della norma penale - assume una posizione centrale.

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Nave quarantena a largo di Augusta in Sicilia (Lucia Gennari 2020)

L’utilizzo delle navi quarantena ha inizio nell’aprile del 2020, con la pubblicazione di due decreti, il primo interministeriale, il secondo della protezione civile. Nel primo è stabilito che, data l'emergenza sanitaria, nessun porto del Paese può considerarsi “sicuro” per lo sbarco delle persone soccorse da navi straniere fuori dalla zona SAR italiana. Nel secondo è disposta, invece, la sorveglianza sanitaria obbligatoria di queste stesse persone a bordo appunto di navi da crociera di proprietà di alcune compagnie private. Nell’autunno 2020, le navi quarantena sono state, inoltre, utilizzate per l’isolamentodelle persone richiedenti asilo e rifugiate, risultati positivi al Covid-19, che già da tempo si trovavano in strutture di accoglienza sul territorio nazionale. I trasferimenti, da città anche molto lontane, non sono stati effettuati sulla base di provvedimenti individuali, ma a seguito di disposizioni del Ministero dell’Interno che indicavano l’esigenza di trasferire un certo numero di “migranti”. Nel gennaio 2021, infine, un nuovo bando governativo ha aggiornato l’elenco delle navi quarantena da impiegare davanti alle coste di Sicilia, Sardegna, Calabria e Friuli Venezia Giulia. Il bando sembra indicare una “normalizzazione” della misura e la sua estensione ad altre regioni italiane, nonché nei confronti delle persone che attraversano irregolarmente le frontiere terrestri del Nord Italia.

Non sono mancate le critiche rispetto all’uso delle navi per la sorveglianza sanitaria dei migranti, in particolare da parte delle organizzazioni della società civile che hanno denunciato l’illegittimità della limitazione della libertà personale e la natura discriminatoria di una misura rivolta esclusivamente a specifiche categorie di migranti. Ciò che è stato meno evidenziato è il legame tra navi quarantena e altri dispositivi chiave nella gestione delle migrazioni - hotspot e CPR - che dà forma a ciò che qui chiamiamo la filiera del trattenimento dei migranti.

Il caso degli arrivi dalla Tunisia appare esemplificativo. Il percorso “dopo lo sbarco” dei cittadini tunisini comporta solitamente alcuni giorni di detenzione informale – in quanto al di fuori delle ipotesi previste dalla normativa – all’interno dell’hotspot di Lampedusa per le procedure di pre-identificazione (sul tema, si veda il lavoro del progetto in limine di ASGI). Questo periodo ha durata variabile, che dipende anche dalla disponibilità di posti sulle navi quarantena, dove vengono successivamente trasferite le persone sbarcate autonomamente o a seguito di operazioni SAR. Al termine del periodo di quarantena a bordo, ai migranti tunisini è generalmente richiesta la sottoscrizione di due documenti in cui, in buona sostanza, essi dichiarano di non aver interesse a chiedere asilo e l’insussistenza di motivi ostativi all’espulsione. Immediatamente dopo lo sbarco, quindi, i cittadini tunisini - e i migranti di altre nazionalità ugualmente considerati, nelle prassi di polizia, “migranti economici” – ricevono di frequente un provvedimento di respingimento differito o di espulsione, cui può far seguito un ordine di trattenimento e il rimpatrio. Si tratta di un meccanismo che si articola attraverso fasi distinte, ognuna delle quali caratterizzata dal ricorso a forme diverse di limitazione della libertà personale.

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Lavori di ristrutturazione dell’hotspot di Lampedusa (Lucia Gennari 2020)

Il crescente investimento sulla detenzione amministrativa e sulle altre forme di limitazione della libertà personale dei migranti non è certo una novità dell’ultimo anno. È quantomeno dal 2015, con la c.d. crisi dei rifugiati, che il trattenimento - nel senso ampio sopra indicato - riveste un ruolo centrale nella gestione degli arrivi via mare, all’interno di un più ampio processo di securitarizzazione dell’asilo, in cui tende a svanire la distinzione tra politiche dell’asilo e di contrasto dell’immigrazione c.d. irregolare (in questo senso, si veda Campesi 2018). Non è un caso che il momento chiave in questa evoluzione sia stato l’introduzione  nel 2015 del c.d. approccio hotspot, caratterizzato dal ricorso a forme gradate - più o meno lunghe - di limitazione informale della libertà personale, funzionali a consentire l’identificazione e la selezione dei migranti sbarcati in Italia (sul tema, si veda Caprioglio, Ferri, Gennari 2018).

L’introduzione delle navi quarantena dev’essere quindi analizzata nella relazione che queste intrattengono in concreto con gli altri spazi istituzionali di confinamento di migranti e richiedenti asilo. Navi quarantena, hotspot e CPR operano, infatti, congiuntamente, dando forma a una filiera del trattenimento che prende avvio sin dai primi momenti successivi allo sbarco. Si tratta di un meccanismo coerente con gli obiettivi esplicitati nel New Pact on Migration and Asylum dalla Commissione Europea, del settembre 2020, e perseguiti a livello nazionale (si rimanda per esempio alle criticità evidenziate da ASGI). Quantomeno per specifici gruppi nazionali, la filiera assicura una continuità tra asilo e rimpatri, ovvero quella seamless procedure su cui insiste il Patto, in cui la selezione tra richiedenti asilo e c.d. migranti economici si svolge direttamente alle frontiere esterne, senza perdere il controllo sulle persone, scongiurando al contempo quei “movimenti secondari” che tanto preoccupano le istituzioni europee.

Un ragionamento in termini di filiera, attraverso la messa in relazione delle navi quarantena con gli hotspot e i CPR, consente di spingere la riflessione oltre le caratteristiche e la specifica funzione dei singoli dispositivi di confinamento dei migranti, per interrogarsi in maniera organica sul segno attuale delle politiche di controllo dei confini. Attraverso l’utilizzo sistematico di pratiche detentive, infatti, navi quarantena, hotspot e CPR si combinano fra loro nell’ambito della gestione della migrazione alle frontiere dando forma a una filiera la cui cifra dominante ha oggi il segno del trattenimento.

Un approccio che sembra, inoltre, idoneo a riflettere sui possibili effetti del Patto sulle migrazioni a livello nazionale. Le proposte di riforma avanzate a livello europeo dovranno essere necessariamente analizzate sia nella loro traduzione normativa, in sede di approvazione, sia per come verranno applicate e per l’impatto effettivo sui diritti delle persone migranti. Le vicende degli hotspot italiani dimostrano, infatti, quanto la relazione tra norma e prassi sia strutturalmente ambivalente. Il trattenimento, come misura ordinaria di gestione delle migrazioni, sembra però configurarsi come l’elemento di continuità tra il regime attuale e gli scenari futuri. La variabile che può mettere in discussione tale continuità è data ancora una volta dalle pratiche di resistenza delle e dei migranti che, anche durante la pandemia, non hanno smesso di contestare il regime dei confini e i suoi dispositivi: dalle rivolte nei Cpr alle proteste di Lampedusa, fino all’esercizio concreto della libertà di movimento attraverso le frontiere.

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How to cite this blog post (Harvard style) 

Gennari, L., Ferri, F. and Caprioglio, C. (2021). Dopo Lo Sbarco: La Filiera Del Trattenimento Dentro E Oltre La Pandemia. Available at: https://www.law.ox.ac.uk/research-subject-groups/centre-criminology/centreborder-criminologies/blog/2021/06/dopo-lo-sbarco-la [date]