Guest post by Mai più Lager - NO ai CPR. Questo è il quarto post della blog serie su "Detenzione e confinamento migrante in Italia ai tempi del Covid-19", pubblicato su Border Criminologies e curato da Francesca Esposito e Giulia Fabini. 

La rete Mai più Lager No ai CPR, nata a Milano nell’ottobre 2018, al sopraggiungere della notizia che proprio sul capoluogo lombardo fosse caduta la scelta di aprire un CPR in Lombardia, ha visto coalizzarsi contro l’apertura di quest’ultimo molte delle realtà antirazziste del territorio già mobilitatesi contro il precedente CIE.

Tra tali realtà, le più specializzate dal punto di vista legale si erano preparate (o credevano di averlo fatto) all’evento dell’apertura, poi avvenuta a fine settembre 2020, ripristinando sportelli e centralino telefonico per i trattenuti nel CPR e i loro parenti.

Ma alla pandemia, che a tratti ha ridotto l’operatività degli sportelli sul territorio, si è aggiunto un elemento che ha rivoluzionato l’idea e la funzione stessa del CPR, sconvolgendo i piani e decimando le possibilità di contatto con i potenziali interessati: il combinato del trattato segreto e plurimilionario Italia – Tunisia siglato nell’agosto 2020 dalla Ministra Lamorgese e del decreto n. 130 del 21 ottobre 2020, sempre opera di quest’ultima.

Si è assistito così alla nascita di una nuova concezione del CPR, “a porte girevoli” (come auspicato dalla stessa Ministra in sede di Commissione Affari Costituzionali), prevalentemente destinato al ruolo di sbocco finale – rapido, efficiente, e il più possibile “etico-sostenibile”, agli occhi dell’opinione pubblica – della filiera perversa che nel giro di un mese è attualmente in grado di rispedire i cittadini tunisini al mittente, passando dalla segregazione sulle navi quarantena a quella negli hotspot a quella nei CPR, grazie appunto al trattato di rimpatrio profumatamente pagato, nonché alla gestione centralizzata dei CPR e alla priorità nei trattenimenti, entrambe previste dal DL 130/20: per i cittadini provenienti da nazioni con cui siano stati stipulati detti trattati e per i soggetti socialmente pericolosi.

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Un presidio davanti al Comune di Milano contro l’apertura del Cpr di Via Corelli, autunno 2020 (fonte: Mai Più Lager - No ai Cpr)

Il fatto che quindi anche nel CPR di via Corelli la quasi totalità dei trattenuti sia ora costituita da cittadini tunisini sbarcati poche settimane prima, che nel centro vi dimorano per pochi giorni, ha fatto sì che si dovesse fare i conti con il fatto che per nessuno di loro si potesse fare affidamento su un precedente radicamento sul territorio cittadino che gli avesse consentito di conoscere i servizi legali e di “militanza di emergenza” esistenti..

Sono risultati pertanto difficoltosissimi i contatti con i trattenuti, essenzialmente ridotti ai racconti dei legali dei pochi fortunati o ai messaggi dei parenti o amici, o degli stessi interessati che ci hanno raggiunto via social dopo il rimpatrio.

Ma non è tutto, perché nel visibile sforzo di far passare il trattenimento nel CPR di Milano come un passaggio rapido e indolore socialmente accettabile, l’operazione politica istituzionale – che ha visto anche la tacita collaborazione del sindaco Beppe Sala, che non ha inteso contestare l’esistenza del centro – è dovuta passare attraverso macroscopiche forzature narrative, quali la suggestione che "Non diventerà un centro di detenzione per i migranti", come affermato dal sindaco milanese (salvo aggiungere "Ma noi continueremo a lavorare nella politica dei rimpatri, con i modi giusti"), e l'induzione della generale convinzione che il Centro fosse destinato per lo più  a persone pericolose socialmente.

Ed in primo luogo, la realtà racconta proprio di uno dei CPR più “chiusi” quanto a comunicazione con l’esterno, atteso che al sequestro dei cellulari all’ingresso (prassi contro la quale si è pronunciato da poco il Tribunale di Milano con una insoddisfacente pronuncia) si è aggiunta la totale inesistenza di telefoni fissi nel centro fino ad almeno aprile 2021, in palese violazione del Regolamento CIE e delle norme che impongono libertà di comunicazione e di corrispondenza con l’esterno. Vi sono ora solo due telefoni cellulari di proprietà dell’ente gestore (Versoprobo S.c.s. e Luna S.c.s.)  che, con tessere a pagamento vendute dall’ente gestore stesso, vengono, non più di due volte a settimana, messi a disposizione dei detenuti da qualche operatore di turno, quando ha un’oretta per portarli e metterli a giro nei due settori dei quali si compone attualmente il centro. Da aprile poi, si sono aggiunte alcune cabine con schede sempre a pagamento del valore pari a due giorni di pocket money.

A ciò si aggiunga che non risulta esistere un mediatore culturale nella struttura (ve ne sarebbe, saltuariamente, uno non arabofono), né la figura di informatore legale che pure sarebbe prevista dall’appalto; né esiste un ufficio nomine per gli avvocati di fiducia. Si è avuta notizia che quantomeno per alcuni giorni, dopo le proteste di dicembre 2020, ai nuovi entrati non sia stata neppure consegnata la carta dei diritti per timore che vi si appiccassero incendi.

Tutto questo equivale a dire che per i malcapitati cittadini tunisini trattenuti nel CPR di via Corelli a Milano (che già provengono da settimane di isolamento su navi quarantena e/o hotspot, dove l’informazione legale è una rarità e troppo spesso si limita a moduli prestampati che negano la volontà di richiedere asilo) non vi è alcuna possibilità di venire a conoscenza dei propri diritti e di nominare avvocati per poterli conoscere. E ne sono passati circa 500, in cinque mesi.

Dal punto di vista sanitario le cose non vanno meglio. Nell’autunno 2020, a seguito della registrazione di due casi di Covid-19 tra i detenuti, il centro è andato in lockdown per due settimane, causando non soltanto lo stop ad ingressi e rimpatri, ma anche ai colloqui con gli avvocati per tutte le persone detenute. Questa situazione è stata oggetto di segnalazione alle autorità competenti, tanto più che sono risultati essere presenti in quei giorni anche 8 minori. Deve poi considerarsi l'ulteriore limitazione degli ingressi in conseguenza dei danni subiti dal centro in occasione di diverse proteste, culminate in quelle del dicembre 2020. Il lockdown del centro e le proteste hanno ridotto non tanto e non solo la capienza del centro (56 posti attuali a fronte di 140  in bando) ma anche il numero di presenze giornaliere, sulla base del quale il gestore percepisce il proprio compenso.

Questo ha fatto sì che i due gestori – Versoprobo e Luna Scs – abbiano dovuto affrontare, se non perdite, profitti inferiori a quanto previsto, contrastati, come tristemente prevedibile, con una drastica riduzione dei servizi. Ne hanno infatti pagato il prezzo, oltre che l’informazione legale, la cura dell’igiene, il numero di operatori addetti, e la stessa copertura del presidio sanitario, spessissimo risultato sfornito, con tutto quel che ne consegue, soprattutto in un periodo di emergenza sanitaria globale come il presente.

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Blocco stradale in Via Corelli il giorno del primo trasferimento di un gruppo di detenuti dentro al centro, Settembre 2020 (fonte: Mai Più Lager - No ai Cpr)

La rete Mai più Lager No ai CPR costantemente denuncia dai suoi social quanto accade con varie rubriche periodiche, approfondimenti e news, che affianca alla predetta attività legale e alla mobilitazione, per quanto consentito dalla situazione attuale. E’ stato di recente aperto un fronte comune con altre realtà cittadine di rilievo.

Ma in pieno caos vaccini e pandemia, sotto il “nuovo” governo e con le elezioni amministrative dietro l’angolo, l’atteggiamento dello struzzo pare sia ancora una volta la strategia prescelta anche dalla “Milano, città dell’accoglienza”.

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How to cite this blog post (Harvard style) 

Mai più Lager - NO ai CPR (2021). Milano, Il Nuovo CPR “A Porte Girevoli” … E Lo Struzzo. Available at: https://www.law.ox.ac.uk/research-subject-groups/centre-criminology/centreborder-criminologies/blog/2021/06/milano-il-nuovo [date]